mercoledì 26 agosto 2026

Vista la risonanza sui social dell'area archeologica dell'antica Treglia, per chi vuole sapere qualcosa in più su questo luogo, riporto sul blog alcuni estratti delle NOTE  SULLA TOPOGRAFIA DI TREBULA BALLIENSIS di Giovanna Cera pubblicate nel 1997 nell’Atlante tematico di topografia  antica

 La ricerca della dottoressa  Cera ha il merito di aver riportato l'attenzione scientifica su un sito che, pur ricco di storia,  dall'età sannitica fino al municipio romano,passando per l'alleanza con Annibale e la successiva riconquista da parte di Quinto Fabio Massimo, rischiava di restare ai margini della ricerca topografica ufficiale.
Una ricerca puramente teorica e "da tavolino"condotta studiando fonti, cartografia e documentazione d'archivio: un punto di partenza per gli studi sul sito.
Giovanna Cera:
--È stata la prima a tentare la ricostruzione completa della cinta muraria,dell’acropoli di Monticelli, dell’abitato sul pianoro La Corte e delle infrastrutture romane come teatro, acquedotto e terme, superando le precedenti descrizioni frammentarie delle singole strutture. 
--Ha introdotto l'uso dell'analisi aerofotografica per identificare strutture sepolte o nascoste dalla vegetazione, consentendo una mappatura precisa della città (circa 20 ettari).
--Ha aiutato a leggere Trebula non come un semplice sito isolato, ma in stretta relazione con l'orografia circostante e le principali vie di comunicazione tra il Sannio e la Campania
--Ha fornito il quadro di riferimento per studi successivi, tra cui quello corposo e approfondito, frutto di sistematiche ricognizioni sul territorio, di Claudo Calastri, che ha esteso la ricerca all'intero agro trebulano, dalle vette del Monte Maggiore fino alla piana del Volturno.  

C'è unw piccolo aneddoto  personale legato a questa storia. Era il 1995 quando 
 Giovanna Cera, allora giovane dottoranda di ricerca dell'Università di Bologna, venne  al Comune di Pontelatone  in vista del suo studio su Trebula Balliensis.
In quel periodo ricoprivo la carica di sindaco: parlammo a lungo dell'antica Treglia e le fornii della documentazione utile per il suo lavoro (vedi nota 41).
Si fece ora di pranzo e la invitai a casa. Dopo il pasto, le regalai il  libro di mio zio materno, Gusepppe Pendolino.. “Sclavia - Trebula - Saticula - Plistica”, e l'accompagnai a La Corte, uno dei punti chiave del sito archeologico, dove la lasciai al suo  lavoro .
Tornò  mesi dopo per ulteriori sopralluoghi, portandomi in dono dei cantuccini.   
Resta,di quell'incontro, il ricordo di una giovane studiosa appassionata, oggi docente di Topografia antica all'Università del Salento, il cui lavoro ha dato un contributo reale alla riscoperta di un pezzo importante della nostra  storia.

ESTRATTI  DELLE "NOTE SULLA TOPOGRAFIA DI TREBULA BALLIENSIS"

La posizione dell'antico abitato (1) (figg. 1-2), situato su un'altura naturalmente difesa, a controllo dello stretto valico che apre il passaggio dalla pianura di Capua a quella di Alife, definisce già a un primo esame le finalità strategiche della sua origine. Il colle di Monticelli, che occupa nel contesto il punto più elevato, raggiungendo i 477 m di quota, domina ampiamente il territorio; scosceso da ogni lato, esso digrada più dolcemente solo in direzione del pianoro, denominato La Corte, collocato alle sue pendici meridionali; quest'ultimo, in leggero declivio da nord a sud, si presenta invece meno protetto, definito a est dal profon-do fossato costituito da1l'alveo del Fosso Pisciarello, a sud da un lieve rialzo del terreno. 
A potenziare la naturale vocazione tattica del sito, un'imponente opera defensionale venne impostata lungo la linea altimetrica che marca il bordo del declivio della collina, scendendo a comprendere al suo interno anche l'ampio pianoro sottostante. L'andamento del circuito è facilmente ricostruibile grazie ai consistenti resti, in alcuni punti ancora ben visibili in situ, in altri totalmente occultati dalla fitta vegetazione (e ciò prevalentemente .sulle  pendici e sulla sommità del colle), ma individuabili grazie all'analisi aerofotografica (2): il perimetro della cinta doveva raggiungere una lunghezza di 1,8 km circa, delimitando un'area di più di 20 ettari. Su1I'acropoli le mura seguono a mezza costa il pendio collinare nei lati est, nord e ovest (figg. 3-4); lungo questi ultimi due tratti si aprono due postierle. L'altura risulta ulteriormente difesa nella parte più interna da altri due muri tra loro paralleli, che, staccandosi dal lato occidentale del recinto esterno, vanno ad abbracciare la sommità del colle, allungandosi con andamento sud est-nord ovest fin quasi in prossimità del tratto orientale della cinta principale, dove si chiudono a formare una sorta di circuito indipen-dente; infine un muro di terrazzamento si imposta ancora più a nord dei precedenti, paral-lelamente agli stessi, definendo uno spiazzo triangolare, forse livellato artificialmente (3). 



Del tratto murario che racchiude il piano di La Corte, restano attualmente ampi settori ben conservati lungo il lato occidentale (figg. 3-4); qui, circa a metà del lato stesso, si apre una porta, di tipo rientrante e difesa da un saliente del muro, e due piccole postierle, una a destra (fig. 5) e una a sinistra, a poca distanza dalla porta(5); queste, allo stesso modo delle altre già ricordate, presentano apertura rettangolare, chiusa superiormente da lastroni monolitici in funzione di architrave.  Alcuni brevi tratti della cinta sopravvivono poi nel settore meridionale, mentre nessuna traccia rimane del lato orientale, ma si deve supporre che qui la cortina seguisse, parallelamente, l’andamento del Torrente Piseiarello, che ne ha probabilmente eroso il versante, scalzando  progressivamente l'opera: alcuni blocchi, infatti,erano un tempo visibili lungo la ripida scarpata scavata dal corso d'acqua (6).
Nei due bracci della cinta che, sia a sud-est sia a nord-ovest, aseendono verso la sommità del colle, la struttura raggiunge un'altezza di 4m e, nel segmento successivo verso nord est, di 5 m circa; nella zona occidentale della città bassa le mura raggiungono invece un'altezza media di 3 m; ad esse si addossa, nella parte interna, un aggere di terra e scaglie lapidee.dei conflitti con Roma, sia, soprattutto, per la presenza di alcuni espedienti tipici della tecni-ca fortificatoria greca, quali le postierle in vicinanza di porte lungo un pendio ripido e le porte fianeheggiate da un saliente del muro, sehemi evidentemente penetrati in Campania tramite l'ambiente magnogreco (8).In questo periodo l'antico centro dovette costituire il cuore del sistema difensivo del settore più occidentale dei monti Trebulani. Ad esso infatti avrebbero fatto capo altri tre minori nuclei fortificati, una sorta di fortezze satelliti, aventi probabile funzione di controllo non solo sulla direttrice di traffico che univa il comprensorio di Capua a quello di Allifae, attraverso il passaggio obbligato di Trebula, ma anche su un più ampio ambito territoriale, grazie a un articolato sistema di diretto, reciproco collegamento visivo. Un centro munito è noto sul Monte Castellone (La Colla) (9), sui rilievi che dominano la pianura di Bellona e Camigliano.









. 1. Trebula Bal)iensis pianta ar-cheologica.












 




Fig. 2. Trebula Balliensis: veduta aerea zenitale dell'area della città antica.













Nel processo di formazione del nucleo insediativo, oltre alla preponderante finalità tattica, dovette tuttavia svolgere un ruolo tutt'altro che secondario anche la naturale vocazione viaria del comprensorio. 


L'antica Trebula sorse infatti in un'area importante per collegamenti tra Lazio meridionale, Campania Sannio interno, in un punto di passaggio obbligato di vie di frequentazione particolarmen-te attive in epoca preeprotoslorica, come attestato dai numerosi ritrovamenti (12)


Per ciò che riguarda più specificamente il sito in cu si sviluppò la città romana, mancano dati riferibili alla presenza di un centro abitato precedente; una prova indiretta della sua esistenza è tuttavia fornita da alcuni ritrovamenti avvenuti in varie occasioni in tempi passati e pertinenti a una necropoli preromana (13). 



  Dal punto di vista archeologico, per quanto concerne più specificamente l'impianto urbano di epoca romana, va rimarcato che la cinta muraria sannitica, sia pure in gran parte ancora ben leggibile, non offre elementi determinanti al fine di riconoscere eventuali interventi di ripristino o di nuova realizzazione attuati in seguito alla conquista romana del territorio. 


Riguardo all'area forense, numerosi ele-menti permettono di definirne la posizione con relativa certezza nell'area centro-orientale del pianoro La Corte, che fiancheggia la strada provinciale in direzione di Liberi. In tale zona alcuni blocchi calcarei affioranfi e la presenza, su un'ampia area, di blocchi lapidei a circa 20-40 cm dalla superficie del terreno che im-pedisce ai proprietari del terreno di ararla sernbrerebbero potersi riferire alla lastricatura del foro (27); alcuni blocchi sono inoltre visi-bili in sezione lungo il fosso di scolo che fran-cheggia la provinciale, facendo presumere una sua estensione, verso est, almeno fino alla strada stessa, che ne ha evidentemente inter-cettato e tagliato le strutture. Con grande pro-babilità è a quest'area che va attribuita la pre-senza di locali sotterranei, interpretati come criptoportici, ma ora non più visibili, loca-lizzabili con maggiore precisione; tali strut-ture, individuate in seguito ad alcuni scavi effettuati nell’800, poi nuovamente nel 1975 in occasione di uno scasso de1 terreno, sono ri-maste purtroppo inedite e non permettono uncorretto inquadramento in termini tecnico-co-struttivi, funzionali e cronologici (28)


 


E poi noto il teatro che, messo in luce du-rante gli scavi condotti a Treglia verso la fine de1l’800, appare chiaramente ancora nelle foto aeree più antiche (fig. 2) (benché non più in maniera così evidente in quelle del 1970); da esse è possibile dedurre le misure approssimative della cavea, iJ cui diametro avrebbe raggiunto una lunghezza di 30 m circa. L'edificio, situato in località La Corte...... 




 L'acquedotto, delle cui strutture nei secoli scorsi erano ancora visibili alcuni ruderi (30), traeva origine dalle sorgenti del Monte Friento, situato a sud est dell'antica area urbana e alla cui sommità sono due sorgenti. Esso doveva presumibilmente svolgersi lungo il pen-dio della montagna, con andamento nord ovest dirigendosi verso la città, dove trovava il suo punto di ingresso poco più a sud dell'attuale Ponte Tora. Qui sono infatti ancora visibili i resti di una struttura in opera laterizia (fig. 6), evidentemente in rapporto con l'acquedotto, genericamente identificata come cisterna (31).




Fig. 6. Trehula Balliensis: resti del presunto castelltim

aquae.


 


L’ubicazione stessa, tuttavia, mi sembra possa suggerire una più corretta definizione del manufatto come castelluin aquae (32); la posizione in cui sorge risulta infatti più idonea per tale struttura, trovandosi in corrispondenza del punto in cui il condotto affrontava una decisa variazione di pendenza: qui posto, il serbatoio avrebbe riequilibrato la pressione dell'acqua e fatto decantare le impuritã, garantendo anche, grazie alta collocazione nel punto píù elevato del pianoro, una fa-cile diramazione dell'acqua nei vari quartieri cittadini. Inoltre, stando aha ricostruzione del percorso orientale del circuito murario, di cui si é detto, la presenza di un castellum verosimilmente ad esso addossato o quantomeno posto nelle sue immediate vicinanze, risulterebbe in piena consonanza con il principio vitruviano secondo cui cum venerit <ductus aquae > ad moenia, eficiatur castellum (33) criterio peraltro seguito anche nelle vicine Telesia (34) e Capua (35); 



In riferimento alle opere di approvvigionamento idrico di Trebula, dunque, non possediamo elementi di datazione, se non le indicazioni offerte da due testimonianze epigrafiche, della tarda etã repubblicana, relative alla derivazione dell'acqua e alta costruzione di due vasche per la cittã (di cui una ancora integra) (37), curate, per decreto dei decurioni, dai quatttuorviri quinquennali M. Marius Sophus e M. Rufrius Cimber (38). Le strutture delle terme furono messe in luce ne1 1976, in occasione de1l'apertura di una strada di collegamento locale, che ne ha poi tagliato e obliterato gran parte dei resti. La documentazione relativa allo scavo, condotto dalla Soprintendenza, resta purtroppo inedita (39); parte delle strutture sono ancora visibili e su di esse vale la pena di soffermarsi.

-ig. 7. Trebula Balliensis: schizzo planimetrico dei resti delle terme.





Due ambienti rettangolari, di cui quello più orientale (maggiormente conservato) (40) dotato di due piccole absidi sui lati est e ovest, simmetricamente disposte, sono tutto ció che resta attual-mente dell'edificio. Uno schizzo planimetrico delle strutture venute in luce è tuttavia riportato nel Piano Regolatore Generale in scala 1:20, consentendo cosi un'integrazione dei resti ora visibili con la disposizione degli ambienti perduti; si trattava di quattro vani, due di forma pressocehé quadrangolare, di uguali dimensioni, e due di forma absidata (fig. 7)




Trebula Balliensis: particolare del paramento 

nterno di un ambiente delle terme













Alcune brevi considerazioni, infine, sulla viabilità urbana: come già osservato, la presenza di una porta sul lato nordoccidentale delle mura fa supporre la presenza di un asse viario con andamento nord ovest-sud est in direzione del teatro e del foro. Le lacune dell'opera defensionale lungo il tratto nord e nord-orientale, non consentono invece di individua-re la presenza degli altri principali accessi; sull'altura, pertanto, la natura del terreno e lo sbarramento costituito dai muri della cinta interna fanno ipotizzare, come unica possibilità di accesso dalla città bassa all'acropoli, un percorso che seguiva il circuito esterno lungo il lato sud-orientale; provenendo da nord, invece, solo l'opera di terrazzamento ancora in parte visibile lungo le pendici settentrionali della collina, funzionale alla regolarizzazione del pendio, avrebbe potutoparimenti servire un tracciato in direzione del1'acropoli. 



 

 L'economia del luogo dovette incentrarsi prevalentemente sullo sfruttamento delle ri-sorse agricole del territorio; un'unica menzione nelle fonti fa diretto riferimento, per la pri-ma etă imperiale, alla produzione di vino, assai rinomato e apprezzato (55), ma giä a partire da epoca augustea, l'attuazione di una sistematica ripartizione catastale, riferita dat Liber Coloniarum (56), dovette eomportare un potenziamento agricolo deIl'ager trebulanus, esemplificato, anche per i secoli precedenti, dalla presenza di un complesso impianto pro-duttivo in loealită Cerevarecce di Pontelatone (immediatamente a sud di Treglia), attivo tra fine III-inizi II sec. a.C. e il II sec. d.C.,da al-cune persistenze toponomastiche riferibili ad antiehi prediali (57), e resti  di grandi ville a carattere produttivo (58)



Alcune  note al testo

(2) Le prime notizie sulla cinta risalgono a G. TROTTA, Dissertazioni istoriche delle antichìtà ali[ane , Napo1776 e a L GIUSTINIAxl, Dizionario geografico  del regno di Napoli, Napoli l797-1B05, IX, pp. 240-242; successivamente studi piu approfonditi furono condotti da MAIURI 1930, pp. 214-228; G. SCHMIDT, Atlante aero{otografico deiie sedi umane in Italia, Firenze 1970, tav. XXVI1 fig. (3j CONTA HALLER 1978, pp. 24-29; OAKLEY 1995, pp. 61-62.   

12)Alcune armi ed   oggetti litici provenienti dalla media valle del Volturno, hanno permesso di individuare la presenza, in età eneolitica, di stretti contatti culturali e commerciali tra l'area calena pedemontana e la valle de1 Volturno, che si articolavano lungo il collegamento interno Treglia-Castel di Sasso-Caiazzo, ma anche lungo il percorso Cales-Trebula in direzione del territorio alifano; tale omogeneità culturale trova ampi riscontri non solo in tutta la Terra di Lavoro, ma anche in alcune zone del basso Lazio e dell'lrpinia (cfr. G. GUADAGNO, •Vie commerciali preistoriche e protostoriche in Terra di Lavoro•, in Aeti-qun 2, 1976, pp. 55-68, in particolare pp. 56-58 e carta a p. 57). Maggiore documentazione relativamente a tali traffici è oRerta, per l'orientalizzante recente, sia da alcuni vasi ad impasto grezzo (di alcune olle a bombarda provenienti daI1'agro trebulano resta un'unica documentazione foto-grafica in MAIURI 1930, p. 224 fig. 5: uri esemplare simile venne rinvenuto dallo stesso Maiuri nei pressi del Monte Cila di Piedimonte d'Alife: cfr. Miur, art. cit. , p. 455 fig. 3; forti affinità sono rilevate tra Cales e i territori di Tea-no, Trebula e Presenzano: cfr. W. JOHAMNOWSKY, Àfnfe-rialì di sfn arcaica Stalla Cnzttpnriie, Napoli 1985, p. 290), sia da1l'ampia diffusione del cosiddetto bucchero rosso, la settentrionale, segna anche, per tale periodo, la prevalente utilizzazione di quest'ultima direttrice, come tramite com-merciale e culturale (GuADAGNO, «rl. cit. , p. 64: un'o1la in  «bucchero rosso» proveniente dell'area trebulana e datata aI VII sec. a.C., A pubblicata a p. SI; JOHANNOWSKY, op. cif„ pp. 289-290, 292). Inoltre, il recente ritroscmento, poco a sud di Treglia, alle pendici occidentali di Monte Castello, di una fornace tardoarcaica (cfr. S. DE Cio, in  XXXIII Atti Tararito, Taranto 1994, p. 674; E. Ciuosi, L. CniuAco, F. MIRLE, C. PASSATO, L.M. PROGETTI, «Im- pianti pmduttivi nella media valle del Volnimo», in Cera-mica romano e areheornetrìa: lo stato degli studi, Firenze 1994, pp. 301-312; C. ALBORE LlVADifi, «Pontelatone (Ca-serta). Frazione Treglia. Località Monte Castello•, in Bol-fetiitto di Archeologia 11-12, 1991, pp. l 49-151; S. DE CARO, •Fotiilles et découvertes récentes en Campanie sep-tentrionale», in RA 1995, 1, pp. 180-181) denota poi. tra fine VI e primi decenni del V sec. a. C., la buona valenza economica del territorio trebulano, capace di un'autonomia produttiva incentrata su un'ampia varietà di materiali cemmici (ceramica fìne, ceramica d'impasto, bucchero nem, ceramica a vernice nera, ecc.), sia pure verosimilmente destinata a diffusione locale.  

(13)Numerosi corredi tombali e alcune tombe vennero in luce in parte durante gli scavi qui condotti da Lord Hamilton nel XVIII secolo (vedi oltre); di altri materiali, provenienti da necropoli (non è possibile sapere se si tratta della stessa necropoli, sarà la vaghezza dei riferimenti topografici) è conservata mernoria in un carteggio del 1852 tra l'Intendente di Caserta e il Reale Museo Borbonico di Napoli, a cui vennero consegnati (Archivio di Stato di Napoli, Ministero della Pubblica Istruzione f. 438): si tratta anche in questo caso di vasi a campana a vernice nera, vasi a figure rosse, monete (tra cui una calena), punte di lancia in ferro, ecc. Oggetti pertinenti ad un corredo, provenienti da una tomba a cassa costruita con lastroni di tufo, erano visibili, fino a qualche decennio fa all'Antiquarium Trebulano di Formicola e sono riprodotti in MAIURI 1930, p. 226 



(14)  Alcuni dei materiali documentati sono stati recentemente individuati all'interno della collezione Hamilton conservata al British Museum di Londra e convincentemente assegnati al 440-420 a.C. in base alla presenza di un cratere a figure rosse attribuito al pittore di Lykaon (cfr. I. JENKINS, K. SLOAN, Vases and Volcanoes. Sir William Hamilton and his collection, London 1996, pp. 141-143), datazione da considerarsi valida anche sulla scorta degli altri elementi del corredo (uno strigile in bronzo, due spade in ferro, ecc.), in particolare gli altri prodotti ceramici, del tutto tipici delle sepolture sannitiche di questo periodo in tale comprensorio. Per una sintesi sulle analogie riscontrabili nella cultura materiale della media valle del Volturno, si veda G. TAGLIAMONTE, I Sanniti, Milano 1996, pp. 70-75.
(15) Cfr. SALMON, op. cit., pp. 289 ss.; TAGLIAMONTE, op. cit., pp. 148 ss..
(16) Lw. XXIII, 39, 6.

(22)Trebulani cognomine Ballienses nel Leidensis Vossianus (GA), del IX secolo, Ballinienses nel Vatic. Lat. 3861 (D) e nel Florentinus Riccardianus (R) (cfr. H. PHILIPP, in RE, cc. 2283-2285). Nel testo si è convenzionalmente adottata la prima lezione. I cittadini di Treglia (Trebulani) sono menzionati anche in due documenti epigrafici provenienti dal sito: cfr. SOLIN 1993, nn. 8-9. L'etnico Trebularius si trova usato anche come gentilizio (cfr. W. SCHULZE, Zur Geschichte lateinischer Eigennamen, Zürich 1991, pp. 375, 533, 593, di cui forse solo CTL X, 4378 è riferibile a Trebula Balliensis). 11 soprannome permette di distinguerla da Trebula Suffenas, ubicata nei pressi dell'odierna Ciciliano, e da Trebula Mutuesca, identificata con Monteleone Sabino. La popolarità di questo toponimo trova una spiegazione nella radice treb- che co stituisce l'elemento toponomastico più diffuso presso gli Italici: G. DEVOTO, Gli antichi italici, Firenze 1967, pp. 105 ss.; SOLIN 1993, p. 13). Al territorio di Trebula sembra riferirsi CIC. leg. agr. II, 25, 66, che collega l'agro trebulano a quello allifano e venafrano.

 (26) Numerose notizie relative a ritrovamenti di vario genere (statue, numerosi recipienti ceramici, vetri, monete, frammenti architettonici, ecc.) risultano purtroppo inutilizzabili, non essendo per essi specificata l'area del rinvenimento e non consentendo, a causa della somma-rieta delle descrizioni e della mancanza di un'opportuna documentazione fotografica, una. precisazione cronologica. Per le notizie su tali rinvenimenti si rimanda a: GIUSTINIANI op. cit. , pp. 240-242; G. FARAONE,
Scavi di Treglia, in Bulllist 1878, pp. 51-53; IANNELLI 1878; M. RUGGIERO,Scavi di antichità nelle provìrcie dt terraferma dell'antico Regno di Napoli 1888, p. 377; C. ìANNELLi, •Relazione sul nuovo scavo ed antichi monumenti di Trebula», Terra di Lavoro 1889, pp. 196-200. Gran parte dei materiali provenienti dall'area della città fu raccolta nelI’Antiquarium trebulano allestito a Formieola nel 1924 da M. Fusco; gli oggetti ivi conservati sono andati dispersi; solamente un manoscritto dello stesso Fusco, coxoaa to all'Archivio del Museo Campano di Capua (reparto Formicola sport. 44 n. 836 M. Fusco Il Museo Formicolano»), esporre l’entità di tale collezione (non è tuttavia corredato da fotografie dei reperti): 183 monete, com-prendenti un arco cronologico tra la fine del III sec. a.C. e Giustiniano I (si evidenziano 3 esemplari di Siracusa, di cui una di Agatocle; 3 monete di «triumviri monetali , con sigla A(uro} A(rgento) A(ere) F(lando) F(eriundo); 7 mone-te con leggenda Costantinopolis, 3 con t!rbs Roma); poi «statue, due laterizi con t›oHo L. PONTI ANTIOC. »; e ancora «anfore, oreinoli, pentole, coppe, patere, olle, dolii, armil-le, coltelli, vasi greci, etruschi, sanniti e romani, portafio-ri, suppellettili domestiche, ecc.», non meglio definiti; al-cuni corredi funerari con vari oggetti, ira cui unguentari, recipienti di vario genere, specchi, pesi da telaio: numero-si «mucroni di lancia, quelli romani di 17 cm, quelli cartaginesi di 3 l cm», provenienti da alcune tombe ubicate alle falde dell'arce; infine alcuni reperti sono stati pubblicati in MAIURI 1930, ed esattamerite una freccia eneolitica (p. 225) e alcuni vasi e oggetti di corredo un tempo visibili a11’Antiquarium (pp. 224-226).


(39) Alcune informazioni sono riferite da Pendolino iop. ciI. a nota 27, pp. 60-61, 6S-S6), che risultano peró per lo più prive di attendibilità scientifica. L'apertura della strada avrebbe comportato la distruzione della palestra e de11'apodyterium.

(40) Le dimensioni del vano sono, internamente, di 9,65 per 7,90 m circa; lo spessore del muro è di 0,80 m.

(41) La documentazione cartografica mi è stata cortesemente fornita dal sindaco di Pontelatone, il sig. lzzo, che ringrazio.


(57). Cfr., per esempio, l'attuale toponimo Savignano, che pntrebhe essere messo in diretta relazione con il cogronem Sabinus, curator trebulano menzionato ín una fistula acquaria invenuta in area urbana (cfr. OLIN 1993 p. 48 n. 15 sempre per attestazioni di Sabinius o Sahinus, cfr. an-che SCHULZE, oy. cit., pp. 222-223; per,Camignano, SCHULZE, op. cit., p. 140; per Leporano, Repertorium nominum gentilium et oognominum Laiinorum (a cura di H. SOLIN, 0. SALOMIES), Hildeshein-Zürich, New York 1994, p. 351).



 




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Vista la risonanza sui social dell'area archeologica dell'antica Treglia, per chi vuole sapere qualcosa in più su questo luogo, ripo...